Costruire il coordinamento delle lotte per favorire la svolta delle lotte dei lavoratori

Manifestazione lavoratori GKN

“Il sindacalismo di base, agendo nel modo più unitario possibile nel promuovere simili indirizzi d’azione e nel proporli ai gruppi operai combattivi e alle opposizioni conflittuali ancora entro i sindacati collaborazionisti, avrebbe più possibilità di candidarsi alla guida delle lotte operaie al posto di Cgil, Cisl e Uil, di quanto non le abbia ponendo aprioristicamente, innanzi ai problemi di indirizzo pratico di lotta, la necessità di uscire dai sindacati tricolore, risultato che invece si imporrebbe, come dato di necessità, seguendo indirizzi d’azione corretti, sostenuti da un’azione unitaria del sindacalismo conflittuale” Mario Paolo Sami in un post su Facebook

La storia complessa e contradditoria del movimento operaio ci ha lasciato in eredità, tra le altre cose, un movimento sindacale politicamente variegato, frammentato, articolato per categorie e caratterizzato da tendenze contrapposte (sostanzialmente lungo le due linee fondamentali del riformismo e della rivoluzione) in grandissima parte burocratizzato. Senza ripercorrere qui la lunga storia che ha portato a questa situazione, ci soffermiamo sulle considerazioni e sul problema posti dal compagno Sami nella sua affermazione, che in sostanza si possono riassumere nella questione: come superare la frammentazione e dare una direzione politica unitaria alle lotte dei lavoratori premessa di una reale svolta?

Vi è un punto, anche nella lotta sindacale, dove la lotta puramente economica deve rompere i propri limiti (sindacalismo, economicismo) e diventare lotta politica contro il sistema capitalista e contro tutti gli elementi di difesa di questo sistema compresa la burocrazia sindacale. Questo punto di rottura si può raggiungere nel momento in cui la borghesia pressata dalla crisi, e incoraggiata dalla divisione e dall’assenza di una direzione politica rivoluzionaria del proletariato, non è più in grado, o non ha più interesse a contenere la lotta di classe con le concessioni, ma passa direttamente all’attacco. In quel momento lo stesso ruolo di “arbitro” e di agente padronale all’interno del movimento dei lavoratori della burocrazia sindacale, con la sua politica di raffreddamento e contenimento della lotta di classe, entra in crisi perché quel rapporto di fiducia dei tempi normali in cui la burocrazia riusciva a strappare concessioni e a contenere entro certi limiti le pretese padronali viene meno, di fronte alla capitolazione totale e alla ritirata della burocrazia davanti all’assalto padronale. Questa è sostanzialmente la situazione che vivono oggi i lavoratori delle principali lotte in corso.

Tuttavia, come molto spesso accade, rispetto ad una direzione politica che capitola non sempre c’è, già pronta, una direzione alternativa combattiva e rivoluzionaria, o meglio, essa come nucleo o embrione esiste già, ma ancora non ha avuto il tempo di conquistare la maggioranza dei lavoratori o una frazione sufficientemente grande da consentirgli di occupare velocemente e in maniera credibile il vuoto politico di direzione lasciato dal complesso della burocrazia in ritirata. Vi è poi, un’inerzia politica dei lavoratori che deriva dalla loro inquadramento in tante differenti organizzazioni sindacali, con altrettante differenti tradizioni politiche, con i loro rapporti di disciplina, di fiducia, di servizio incrostati da anni di routine difficili, e che richiedono un certo tempo, per romperli, o che semplicemente l’assenza immediata di una direzione sindacale alternativa rende difficile superare, costringendo molto spesso, per anni, le lotte in un vicolo cieco.

Inoltre bisogna ricordare che se la burocrazia si ritira dalle lotte, in nessun modo si ritira dall’apparato dell’organizzazione sindacale, che controlla in maniera pressoché assoluta, e al quale resta attaccata con tutti i denti perché è la ragione della sua sopravvivenza e del proprio privilegio di casta, difendendolo con ogni mezzo da qualsiasi tentativo di pressione e di assalto da parte dei lavoratori più coscienti o arrabbiati, anche al costo di sacrificare proprie sezioni o gruppi di iscritti.  E con questo suo controllo dell’apparato continua ad esercitare dalle retrovie un’azione nefasta sulle lotte, paralizzandole, dividendole, frustrandole, perché le priva di tutta la forza d’urto delle migliaia, (se non milioni) organizzati da quell’apparato, ricattando i lavoratori che non dispongono dei mezzi e del tempo necessario a organizzare un apparato di lotta altrettanto potente. Per cui, quando il compagno Sami nella sua polemica critica l’atteggiamento di chi si limita semplicisticamente a ribadire l’ovvio: cioè che i lavoratori dovrebbero rompere con i loro sindacati burocratizzati, prende di mira quell’idealismo burocratico sindacale di una parte del sindacalismo di sinistra extra-confederale che non vede, da una parte, i condizionamenti oggettivi materiali dell’azione dei lavoratori (idealismo) e che pensa si possano superare semplicemente con l’invito al passaggio dall’uno al proprio sindacato (burocratico sindacale). Ma evidentemente questo passaggio così semplice e automatico non è, altrimenti non saremo qui a discuterne e si sarebbe realizzato da anni. Tanti quanto quelli di tradimento della burocrazia sindacale, che non sono pochi…

Come rompere quindi il particolarismo e la frammentazione delle lotte alimentati oggettivamente dalla stessa frammentazione aziendale, dalle categorie e livelli salariali ed anche in certi casi dalle differenze etnico-culturali (lingua, religione, provenienza), che la burocrazia sindacale non fa che cristallizzare annullando quella funzione di unificazione dell’intera classe lavoratrice che invece dovrebbe svolgere il sindacato?

Manifestazione per Adil

Occorre costruire degli strumenti che, aldilà dell’adesione sindacale o meno dei singoli lavoratori, a partire dall’esperienza concreta di lotta nel posto di lavoro, o in una determinata categoria o ramo aziendale, quando questa riguarda la generalità dei lavoratori di un settore, favoriti dal primo minimo comun denominatore che è l’appartenenza alla stessa azienda, possano finalmente unificare i lavoratori come classe in lotta superando tutte le altre divisioni. E questi strumenti possono essere i comitati di lotta. Partendo da quelli che già i lavoratori spontaneamente e informalmente organizzano ogni volta per le esigenze di uno sciopero, di un picchetto o dell’occupazione della fabbrica per impedire il trasferimento dei macchinari, e della costruzione della rete di solidarietà sociale locale intorno alla propria vertenza.

Il comitato di lotta può consentire di organizzare già da subito, come classe, aldilà delle appartenenze sindacali i lavoratori nel posto di lavoro mossi dalle esigenze della vertenza, senza aspettare il tempo che il singolo lavoratore maturi la consapevolezza o il coraggio di rompere il vincolo con la propria organizzazione, e quindi dando già un’impostazione unitaria a tutta l’organizzazione della lotta. Essendo strutture nuove, sui generis, nate direttamente dal basso come forma organizzativa dei lavoratori di una vertenza, subiscono molto meno l’influenza e il controllo della burocrazia sindacale, non sono ancora degli organismi burocratizzati!

Il fatto che radunino, spingendoli al confronto e alla discussione, anche solo, inizialmente, per le immediate esigenze organizzative della lotta, tutti i lavoratori e le lavoratrici del luogo della vertenza ne fa un organismo assembleare dove, l’agitazione del sindacalismo combattivo può sperare di trovare un’ottima tribuna con cui far evolvere la discussione tra i lavoratori a partire dai problemi e contraddizioni reali e a tutti evidenti posti dalla lotta verso una discussione politica sull’efficacia della linea sindacale, sulla burocrazia e sull’organizzazione capitalista in generale.

La generalizzazione di questo strumento può costituire una scuola organizzativa, di sviluppo della coscienza e di stratega politica rivoluzionaria per i lavoratori e i loro elementi più combattivi, divenendo il ponte per far superare organizzativamente ai lavoratori la frammentazione e la divisione delle lotte, neutralizzare o almeno contenere con maggiore efficacia l’azione di freno e di boicottaggio della burocrazia sindacale, e far evolvere la lotta di resistenza economica dei lavoratori ad un livello più alto fino alla lotta politica per la conquista del potere.

Per realizzare ciò proponiamo che tutto l’arco delle tendenze del sindacalismo classista e combattivo, che va dall’opposizione di sinistra in Cgil al sindacalismo combattivo, gli stessi che hanno promosso le assemblee nazionali del sindacalismo combattivo degli scorsi mesi, lanci una campagna di agitazione, rivolta a tutti i settori classisti, e condotta sui luoghi lavoro, in primissimo luogo, ovviamente, nelle vertenze e lotte attualmente in corso, per la costituzione di comitati di lotta dei lavoratori e delle lavoratrici sul posto di lavoro, e soprattutto per la creazione di un coordinamento generale dei delegati dei “comitati di lotta” di tutte le vertenze in corso nello stato italiano, per un congresso generale dei comitati di lotta che elabori una linea d’azione comune e parole d’ordine comuni per l’unificazione delle lotte in corso. Ciò che rifiuta di fare la burocrazia sindacale, unire le lotte per rispondere in massa all’attacco padronale, possono farlo i lavoratori a partire dai propri organismi di lotta e dal loro coordinamento verticale e orizzontale, per settore e a livello territoriale statale.

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